C’è una verità che prima o poi siamo costretti ad accettare: non possiamo piacere a tutti. Possiamo essere le persone più disponibili, corrette e amabili del mondo, ma ci sarà sempre qualcuno pronto a trovarci un difetto, a metterci in discussione o, semplicemente, a darci torto.
E forse la parte più difficile da accettare non è nemmeno questa. È capire che, in alcuni casi, non importa quanto abbiamo ragione: chi ci ha già collocati dalla parte del torto continuerà a vederci così.

Chi ci odia, anche se abbiamo ragione, ci darà torto a prescindere.
È una frase dura, forse persino scomoda, ma quante volte ci siamo trovati davanti a persone che non cercavano davvero un confronto? Persone che non volevano ascoltare una spiegazione, comprendere un punto di vista diverso o mettere in discussione la propria posizione. Volevano semplicemente contraddirci.
E allora arriva una domanda: vale davvero la pena discutere?
Non sempre.
Ci hanno insegnato che bisogna spiegarsi, chiarire, dimostrare le proprie ragioni. Ed è giusto farlo quando dall’altra parte c’è qualcuno disposto ad ascoltare. Ma quando il confronto si trasforma in una gara a chi ha l’ultima parola, quando ogni argomentazione viene respinta non perché sia sbagliata ma perché arriva da noi, continuare a discutere può diventare soltanto uno spreco di energie.
Non esiste nessuno al mondo che sia senza odiatori (preferisco usare l’italiano nrd) o nemici.
Può sembrare un’affermazione esagerata, ma basta guardare intorno. Ci sono persone che riescono a essere amate da moltissimi e, contemporaneamente, profondamente detestate da qualcuno. Persino chi ha dedicato la propria vita agli altri, chi ha fatto del bene, chi ha cercato di essere corretto, prima o poi si è trovato davanti a qualcuno che lo giudicava negativamente.
Perché?
Perché il modo in cui veniamo percepiti non dipende soltanto da ciò che siamo. Dipende anche dagli occhi di chi ci guarda.
Possiamo essere gentili e qualcuno ci definirà deboli. Possiamo essere determinati e qualcuno ci chiamerà arroganti. Possiamo dire la verità e qualcuno ci accuserà di essere cattivi. Possiamo scegliere di tacere e qualcun altro interpreterà il nostro silenzio come presunzione.
A volte non siamo noi a cambiare: cambia semplicemente la lente attraverso la quale veniamo osservati.
E c’è un’altra cosa che dovremmo imparare: non abbiamo il dovere di convincere tutti.
Non dobbiamo passare la vita a dimostrare di essere brave persone a chi ha già deciso che non lo siamo. Non dobbiamo trasformare ogni critica in un processo, né ogni incomprensione in una battaglia da vincere.
Questo non significa diventare impermeabili alle critiche. Al contrario. Avere l’umiltà di ascoltare chi ci mette in discussione è fondamentale. Potremmo scoprire di avere torto, e riconoscerlo è una delle forme più difficili di intelligenza.
Ma una cosa è la critica. Un’altra è l’ostilità preconcetta.
La critica può farci crescere. Il pregiudizio, invece, spesso non cerca risposte: cerca conferme.
E forse è proprio qui che dovremmo imparare a distinguere le battaglie che meritano la nostra voce da quelle che meritano soltanto il nostro silenzio.
Perché non possiamo impedire a qualcuno di odiarci. Non possiamo obbligare una persona a comprenderci. Non possiamo pretendere di essere apprezzati da tutti.
Possiamo però scegliere quanto spazio concedere al giudizio degli altri nella nostra vita.
Alla fine, probabilmente, il vero obiettivo non dovrebbe essere “avere zero nemici”. È impossibile.
Dovrebbe essere riuscire a vivere in modo coerente con ciò che siamo, accettando che, nonostante tutto, qualcuno continuerà a darci torto.
Anche quando abbiamo ragione.
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